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martedì 3 aprile 2018

PER VINCERE NELLA VITA BISOGNA SAPER PERDERE


 IMPARARE DALLE SCONFITTE PER ESSERE PIU’ FORTI

Il segreto del successo       https://youtu.be/1dGOpPLLC2A


Charles Darwin, il biologo evoluzionista iniziò la carriera medica per abbandonarla.
Winston Churchill andava male a scuola, eppure vinse poi addirittura il Nobel per la letteratura.
Walt Disney è stato licenziato per mancanza di immaginazione.
 Bill Gates, genio del pc, è fallito a inizio carriera.
Hanno imparato dalle lro sconfitte per essere più forti.
 Saper perdere infatti è un requisito fondamentale per costruire un sé migliore.
Vivere implica la possibilità di sbagliare.
La resilienza è la capacità di non abbattersi di fronte alle sconfitte. Ma anzi, di rialzarsi e “ricostruire” le proprie certezze. Partendo ogni volta da zero.

Della resilienza e del ruolo della scuola ho già parlato due anni fa.



La resilienza delle bambine e dei bambini determina il loro futuro” così intitolavo un post nel mio blog generazione Speranza il 5 marzo 2016. 

E davo un grande ruolo alla scuola oltre che alla famiglia, una scuola che doveva incentrarsi, scrivevo allora, “… sull’ascolto, sulla partecipazione attiva,  sul protagonismo dei ragazzi, per aprire, contro  l’indifferenza il grande male del nostro tempo, agli allievi la  strada dell’assunzione di responsabilità,  della cittadinanza attiva, della cooperazione, della solidarietà, nella consapevolezza che ciò comporta  impegno.

Le inevitabili sconfitte e le frustrazioni sono il percorso attraverso il quale si deve innescare il processo di resilienza.  
Il tutto si interseca con un ambiente   accogliente, gratificante, sicuro, valoriale (scuola di don Milani: non uno di meno) dove ogni studente con orgoglio si identifica.                                                       
 La scuola della resilienza prima di tutto insegna a vivere   
Le 101.521 visualizzazioni fino ad oggi che ha ottenuto il post, e i molti commenti nel merito hanno dimostrato che la questione è sentita.

Spendo ancora una parola nei confronti del ruolo famiglia.                                                                                                           
Tutti gli alibi che spesso, come genitori, garantiamo ai nostri figli, per evitare loro la frustrazione delle sconfitte, sono di fatto deleteri per la loro crescita.  
 La frustrazione del perdere aiuta a crescere.                                        
  Inutile insegnare loro quando imparano a camminare che cadendo si impara, se poi qualche anno dopo siamo pronti a giustificarli quando perdono la partita di pallone, fornendo alibi: “hai ragione, oggi non sei in forma, non ti hanno passato bene la palla, l’arbitro era scorretto”
Dobbiamo insegnare ai nostri figli a perseguire degli obiettivi personali e non generalizzati, cioè dare il meglio di se stessi che per ognuno dei nostri figli sarà diverso.

Dobbiamo far loro porre l’attenzione non tanto sul NON raggiungimento dell’obiettivo ma su cosa si è imparato nel cercare di raggiungerlo, cosa si è scoperto di nuovo, cosa si è guadagnato dall’esperienza.                  non sminuiamo il s
entimento del bambino di amarezza, di delusione e rafforziamo quanto di positivo potrà imparare dalla sconfitta

Insomma, per far diventare i nostri figli degli adulti consapevoli delle proprie forze, sarà necessario che affrontino le naturali delusioni che incontreranno nel loro cammino: dovranno solo imparare a saper perdere senza perdersi.

In ciò conta l’esempio di noi adulti

venerdì 9 marzo 2018

SE AI RAGAZZI INSEGNAMO LA DISEDUCAZIONE CIVICA


C’era una volta l’educazione civica 


Ero direttrice didattica quando appresi, correva l’anno scolastico 1990/91, della soppressione, per me inconcepibile, dell’ora di educazione civica nelle scuole medie e superiori.
Non fu l’effetto di una riforma della scuola statale, ma l’inizio penoso dei tagli finanziari al comparto scolastico che – fino al 1990 – poteva contare su una notevole fetta del bilancio nazionale, pari al 10,3% del totale della spesa pubblica.
Dall'anno scolastico 2010/11 si è passati al nome " Cittadinanza e costituzione", con due ore mensili affidate al professore di storia 
In teoria, l'insegnamento è presente per tutti gli istituti di ogni ordine e grado all'interno delle materie di storia e geografia. In pratica, tale disciplina, non considerata prioritaria, è sparita del tutto.

La sua cancellazione ha consentito di ridurre una parte della spesa economica ma nel contempo ha segnato l’inizio o/e l’accelerazione del processo di debellazione del senso civico in Italia.

“… Tutto ciò cui stiamo assistendo oggi, è anche frutto di questo diritto/ dovere negato agli italiani che, inconsapevoli ormai di un senso civico condiviso, non sono più in grado ormai da anni di avere netto in mente il senso del bene e del male, con la conseguenza aberrante che – la maggior parte della popolazione – non è più in grado di poter porre veti a metodi e azioni che proprio dalle istituzioni partono contro la popolazione stessa che non è stata così più in grado di essere consapevole di cosa sia concesso fare e cosa non lo sia. Rendendo possibile ogni misfatto.                            Chi conosce, chi ha cultura civica, sa come rispettare le regole per farle rispettare di conseguenza a proprio vantaggio. Creando così un vantaggio per tutta la comunità… (Emila Urso Anfuso).




Sia ben chiaro, però, la “diseducazione civica” che constatiamo dappertutto non è imputabile tout court al mancato insegnamento a scuola: troppo comodo pensarla così



Un bellissimo articolo di Benedetto Vertecchi, che condivido, intitolato Se ai ragazzi insegnamo la diseducazione civica” faceva nel 2013 il punto della situazione mettendo in correlazione scuola e società  
 Vertecchi allora si chiedeva se le condizioni politiche e sociali in cui la scuola operava fossero le più favorevoli a costituire uno sfondo di riferimento.

“Non si può ignorare, infatti, che l’educazione civica, anche più di quanto non avvenga per altri aspetti dell’educazione scolastica, rischia di produrre effetti controproducenti nel profilo di bambini e ragazzi se la proposta di cui è portatrice si presenta contraddittoria rispetto alla sua traduzione empirica, ovvero al modo in cui determinati principi sono concretamente attuati, o inattuati, nell’esperienza quotidiana.
In breve, non si può continuare a dire a bambini e ragazzi che la Repubblica è fondata sul lavoro, se poi non ci si preoccupa di superare le angosciose incertezze che segnano la condizione di vita di milioni di lavoratori o di giovani in cerca di occupazione.
 Non si può spargere moralità sociale se si consente che una parte consistente del reddito sfugga al prelievo fiscale.
Non si può affermare l’uguaglianza dei cittadini se le leggi non sono uguali per tutti, e ce ne sono di formulate per un uso personale.
Si potrebbe continuare, ma sarebbe inutile, perché si dovrebbe stilare un elenco noto a tutti.
(…)
Se l’intento dell’educazione civica è di creare una cultura comune di riferimento per ciò che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini e le regole che disciplinano la vita sociale, bisogna prendere atto che tale intento non può che essere conseguito per l’effetto convergente dell’educazione formale assicurata dalla scuola (cui spetta di fornire gli elementi conoscitivi) e di quella informale, che si acquisisce attraverso le esperienze che si compiono, giorno dopo giorno, nelle famiglie, tramite le interazioni sociali, per effetto delle suggestioni esercitate dai sistemi di condizionamento prevalentemente attivi attraverso i mezzi per la comunicazione sociale.
La scissione tra i principi della convivenza (quelli espressi dalla Costituzione) e i valori empirici ossessivamente enfatizzati come segni della capacità di affermazione individuale rappresenta una manifestazione non marginale della crisi che il nostro Paese (ma non è il solo) sta attraversando. Quel che in Italia è più grave è un effetto di mitridatizzazione, che sta minando la capacità di stabilire un rapporto corretto tra le aspirazioni e i comportamenti individuali e quelli sociali.
C’è da chiedersi se, al momento, le proposte che la scuola rivolge attraverso l’educazione civica non siano percepite da bambini e ragazzi come una forma di ipocrisia. Certi principi possono apparire esibizioni esortative che la società adulta si guarda dall’accogliere. Un’educazione civica così praticata è un’offesa per la Costituzione: meglio sarebbe sospenderne l’insegnamento.

 L’alternativa a una simile amputazione consiste in un’assunzione collettiva di responsabilità: si può insegnare l’educazione civica se si contrasta la disoccupazione, se non si considerano furbi ma criminali gli evasori fiscali, se non si approvano (e neanche si propongono) leggi ad personam, se tutti fruiscono di un’istruzione di qualità elevata, se non si devasta il territorio e via seguitando.
La scuola può rendere sistematico l’apprendimento, ma i valori sui quali si fonda l’educazione civica non possono che costituire il riflesso delle scelte prevalenti nella società.”  e nella Politica, aggiungo io. 

Oggi imperversa, infatti,  l’arroganza di una classe politica che manovra la cosa pubblica come fosse roba sua. Amici, parenti, clienti, criminali, massoni, mafiosi, il concetto stesso di reato si dissolve in una fitta rete di relazioni e scambi di favori che si estende fino alle periferie della società. E anche quando    il reato c’è, e si vede, c’è sempre un cavillo, un precedente, un decreto ad personam, un testimone comprato, un avvocato fatto senatore, un deus ex-machina che in extremis salva l’imputato. Sempre che nel frattempo non sia già scattata la prescrizione si intende. Quali insegnamenti trasmette dunque la classe dirigente alla nostra comunità? Che tipo di esempio rappresentano per le nuove generazioni?

Esiste, di contro, per fortuna una grande 'popolazione' che insiste con pervicacia a educare i ragazzi,  a usare in famiglia e in pubblico un “per favore” un “grazie”, a distinguere il bene dal male, ad affrontare la vita e non a farsela regalare, a capire che ci sono delle regole di convivenza a cui attenersi, a rispettare gli altri.
  Solo da questa popolazione mi aspetto il cambiamento che la scuola, dal canto suo, saprà rafforzare, diffondendo la cultura civica contro i cattivi esempi.
Possono fare la differenza anche nell’essere cittadini attivi.  

Donata Albiero           9 marzo 2018


Puntualizzazione a quanti hanno corretto il titolo del post in "INSEGNIAMO"

Si scrive INSEGNIAMO o INSEGNAMO?
Ho riportato pari pari l'articolo di Vertecchi  "Se ai ragazzi insegnamo la diseducazione civica " senza permettermi il lusso di modificare un titolo non mio che non è nemmeno sbagliato

ACCADEMIA DELLA CRUSCA
Se questo fatto semplifica molte cose, pone però il piccolo problema di come si debba scrivere: sognamo, bagnamo o sogniamo, bagniamo? Premesso che è una questione di lana caprina, diciamo subito che — con buona pace dei grammatici pedanti — non si può considerare errore la grafia senza «i». Semmai la questione andrebbe spostata al problema della pronuncia: si deve «sentire» la «i» in parole come «bagnamo», «sognamo»? (Alcuni distinguongo: sí nel congiuntivo, no nell’indicativo.) Per diverse ragioni grammaticali, storiche, logiche ed etimologiche che non è il caso di sviscerare, considerati i pro e i contro si può concludere che andrà comunque bene. Si scriva pure: insegnamo o insegniamo, ecc. (S’attengano alla forma con «i» quelli che temono d’essere tacciati d’ignoranti. Preferiscano l’altra quelli che antepongono il buon senso alla paura.)

venerdì 23 febbraio 2018

M'ILLUMINO DI MENO. LETTERA APERTA AGLI STUDENTI


   Pensate, 

organizzatevi,

protestate se occorre, 

proponete, 

agite ! 



Stamattina avrei dovuto essere tra gli studenti delle superiori a Valdagno, invitata da Legambiente per una breve testimonianza sul tema del risparmio energetico, all’aperto nel Parco, prima che i ragazzi poi in bicicletta o a piedi si recassero a scuola.

L’iniziativa è saltata per ragioni metereologiche ma non il significato della giornata:  








"Quest’anno Caterpillar e Radio2 dedicano M’illumino di Meno alla bellezza del camminare e dell’andare a piedi.
Valdagno è una cittadina che a percorrerla tutta, in lungo ed in largo, non si fanno molte migliaia di metri; ecco che, opportunamente , questa si presta benissimo alla finalità universale di riduzione di utilizzo di energia specie se ricavata da fonte fossile. 
Abituiamoci ad andare a piedi perché sotto i nostri piedi c’è la Terra e per salvarla bisogna cambiare passo. Entro il 23 febbraio 2018, giorno di M’illumino di Meno quattordicesima edizione, vogliamo simbolicamente raggiungere la luna a piedi  
e sono 555 milioni di passi : abbiamo  dunque bisogno del contributo di tutti.  

 












L’invito per il 23 febbraio 2018 è spegnere le luci e andare a piedi: una marcia, una processione, una ciaspolata, una staffetta, una maratona o una mezza maratona, un ballo in piazza o un pezzo di strada dietro alla banda musicale del paese.Per le scuole il Pedibus – andare tutti insieme a piedi – per chi va in auto fare un pezzo a piedi.
Si può fare, a piedi. Per un giorno, il 23 febbraio 2018, pensiamo con i piedi.           Uniti si può! “(Stefano Stissi)
  
Avevo accettato volentieri perché la ritenevo una splendida opportunità di poter ancora rivolgermi direttamente ai ragazzi (dai 13 ai 19 anni) che tanto hanno significato nella mia vita professionale. Il tempo non lo ha consentito. 
Scrivo qui quello che avrei detto a braccio rivolgendomi con rispetto e fiducia ai miei giovani interlocutori

“ La mia generazione proviene da una epoca che ha avuto il suo massimo splendore negli anni ’80 del secolo scorso (voi non eravate nati ma i vostri genitori sì). 
                                                                                           
                                                                                           ARZIGNANO 

In quell’epoca la fede nello sviluppo e nel progresso aveva conquistato TUTTI, compreso noi, allora GIOVANI.
 Avevamo 20 - 25 anni, appena usciti dalla scuola e \o dalla Università, un lavoro sicuro a portata di mano;  sembrava che ci si aprisse davanti un mondo in cui bastava allungare una mano per cogliere frutti succosi della società del benessere. 


Purtroppo, invece, il pianeta stava per presentarci il conto amaro di uno sviluppo impetuoso che non aveva tenuto conto della sua stessa sostenibilità, con i danni mostruosi che stava arrecando all’ambiente e a noi stessi, per la nostra sopravvivenza.
Immense isole di plastiche hanno incominciato a galleggiare sull’oceano Pacifico e altrove, la maggior parte dei fiumi è stata invasa dai veleni prodotti da industrie e dall’agricoltura industriale,  le stesse falde profonde  sono state avvelenate dai pfas (sostanze chimiche) e metalli pesanti, i pesci sono stati contaminati dal mercurio e dalla miniplastica che hanno ingoiato, l’aria si è riempita sempre di più di anidride carbonica e altri  gas emessi dalle macchine, dagli inceneritori compromettendo  l’equilibrio termico del pianeta e la sopravvivenza delle  specie vegetali e animali che conosciamo, compreso l’uomo.                                                                        
E’ il cosiddetto riscaldamento globale e il conseguente cambiamento climatico. 
Si sciolgono i ghiacciai, le risorse di acqua potabile cominciano a scarseggiare per milioni di uomini; intere popolazioni scappano dalla loro Terra disertificata, accrescendo a dismisura il fenomeno delle IMMIGRAZIONI che il nostro PAESE soltanto ora ha cominciato a conoscere.
                        ARZIGNANO  manifestazione sul clima di CiLLSA    2014 

Ho fatto tale premessa perché sono convinta che tutti noi dobbiamo sempre “Pensare globalmente e agire localmente”

E mi rifaccio all’interessante opuscolo di Legambiente, in collaborazione con
MIUR - Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca dal titolo:  
Cambio di clima    -        Meno consumi, più energia pulita per salvare il clima
pensare globalmente...  - l’effetto serra - i mutamenti climatici - lo sviluppo sostenibile –
                                         diminuire i consumi   - il futuro: le fonti d’energia rinnovabili
agire localmente...         - contribuire al risparmio energetico
                                       - guida all’efficienza energetica (10 schede) 
 con una aggiunta in più da parte mia, però, per non rendere banale l’invito provocatorio di questo giorno “Pensiamo con i piedi."

Solo la presa di coscienza da parte vostra  della situazione generale in cui viviamo può far sì che singole giornate come questa del 23 febbraio 2018, “MI ILLUMINO DI MENO” dedicata nello specifico al risparmio energetico e agli stili di vita sostenibile, non vada utilizzata, solo in una bella passeggiata primaverile, in due ore in meno tra le aule scolastiche, in discorsi di maniera, in buoni propositi da dimenticare il giorno dopo.
Questo giorno potrà esservi utile (e lo sa bene la scuola e lo sanno bene i docenti che ve lo hanno ORGANIZZATO) solo se lo utilizzate per una riflessione profonda … per cambiare radicalmente, giorno dopo giorno ma quella che è stata per voi fino ad oggi la prospettiva di  VITA offerta dalla società consumistica.                                                          

Vita e ambiente sono un binomio inscindibile: per questo occorre rivedere stili e modalità di comportamento.                                                                                                        
 L’umanità ha il dovere di ritrovare se stessa, di ricreare rapporti leali, sviluppare sistemi   d’ interazione e di solidarietà con l’ambiente. La modernità deve ruotare attorno ai bisogni veri del genere umano, rispettando la vita in tutte le sue forme.
Non è più sufficiente che ciascuno di voi adotti diligentemente le misure già suggerite da vari decaloghi per risparmiare l’energia.

Sono precondizioni da cui partire per impostare in maniera costruttiva la vostra esistenza e il vostro essere fin d’ora cittadini attivi a casa, a scuola, nella società.

Dovrete essere VOI, già da domani, a dar vita a dei progetti destinati a invertire il processo di degrado globale, partendo dalla realtà in cui vivete, il vostro TERRITORIO e lo scempio che esso subisce.

 Fatevi protagonisti, inventate progetti, start up sullo sviluppo sostenibile; imparate a coordinarvi, a elaborare insieme analisi e strategie, a utilizzare le nozioni che avete appreso e che apprendete a scuola

Smentite quanti vi dicono di essere solo dei bamboccioni, senza interessi e senza sogni. Non hanno fiducia in voi.


Prendete coscienza che adesso è la vostra generazione che deve disegnare, qui e ora, non solo nuovi stili di vita,  nuovi modelli culturali di esistenza, di relazioni umane (oggi il modello di sviluppo e i consumi energetici imposti dal nostro stile di vita -Paesi del Nord- hanno le ricadute ambientali più catastrofiche proprio nella parte del pianeta più disagiata, quella che ne ha la minore responsabilità-Paesi del Sud-)

 Ricordatevi sempre che aria, acqua, suolo, sono beni comuni, di tutti i cittadini, da proteggere e difendere contro la rapacità di chi li vuole utilizzare per profitti privati). 

Partecipate attivamente e civilmente alle battaglie portate avanti dai cittadini nel vostro territorio per la salute e l’ambiente (contro le grandi opere deturpanti, per una riconversione industriale che punti all’energia pulita)    

Solo così potrete riciclare in senso ecologico e positivo l’amara eredità che la mia  generazione vi ha consegnato. 

 Fate appello alle vostre capacità, ai vostri ideali, ai vostri sogni per un mondo più vivibile.

Pensate, organizzatevi, protestate se occorre, proponete, agite.   


E concludo. 
Da alcuni anni, da cittadina attiva, curo un blog per continuare il mio legame  virtuale e ideale  con i giovani, parlando di temi ambientali, sociali, civili.
Sapete come lo ho chiamato?   GENERAZIONE SPERANZA.     

Dice tutto, non vi pare?  
Voi potete fare la differenza, voi siete la generazione speranza …per un mondo migliore, per un mondo sostenibile
Grazie “
E grazie anche a voi cari organizzatori, cari docenti e  dirigente scolastico, caro Stefano per il coinvolgimento attivo degli studenti: sono, lo sapete bene come lo so io,  la sola nostra Speranza  per davvero.

Donata Albiero                       23 febbraio 2018 






lunedì 12 febbraio 2018

DIRITTO ALLO STUDIO TRADITO E (D)ISTRUZIONE SCOLASTICA


LA BUONA SCUOLA DEI VINCENTI

Tempo di iscrizioni: bufera sui licei che compilando il rapporto sull’autovalutazione si lasciano scappare qualche parola di troppo…

 Ecco la scheda di presentazione (RAV) che un liceo di Roma ha fatto di sé e della propria offerta formativa, visibile sul sito del MIUR (Ministero Istruzione)
"...«Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile » . La percentuale di alunni svantaggiati «per condizione familiare è pressoché inesistente »[...]. 
Il finale è una conclusione che spiazza: «Tutto ciò», e si intende la quasi assenza di stranieri e la totale assenza di poveri, « favorisce il processo di apprendimento»
..."
E’ la prosa che accomuna diverse  scuole del Paese, spesso i licei più prestigiosi e selettivi, nel presentarsi alle famiglie, per attrarre l’iscrizione dei loro figli, per accalappiare nuove clienti.                                                           Quello che mi angustia non è il fatto in sé ma la considerazione che se diversi licei hanno scelto la strada della competizione, del razzismo, della discriminazione per accalappiare nuovi "clienti" vuol dire che la scuola azienda non è più uno slogan.

Ma noi cittadini, noi genitori come siamo messi? 
 Francesco Cancellato scrive rivolto alle famiglie e io concordo con lui, da ex dirigente scolastica alle prese con una scuola cosiddetta a ‘rischio’ per l’elevato numero di alunni stranieri non ancora alfabetizzati che ha accolto nel corso degli anni.                                                                                                    “Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori. Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale…Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo”
Della politica, della società non ce ne frega nulla. 
Rimaniamo del tutto INDIFFERENTI di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione sia la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi.
Invece ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste.

Solo dopo esserci fatti l’autocritica, come genitori, per il nostro ‘individualismo’, possiamo scagliarci contro le responsabilità della scuola, anche qui con la precisazione che essa riflette, spesso, la società in cui viviamo e che il destino della stessa scuola è segnato dalla POLITICA.

Perché è vero che più che parlare di scuola classista si deve parlare del contesto “classista” in cui agisce la scuola” Qui crescono diseguaglianze economiche, sociali e territoriali. I dati Indire, Ocse confermano: il 58,1% dei figli di coloro che hanno massimo la terza media abbandonano la scuola. Tasso che si riduce al 13,2% tra i ragazzi che hanno i genitori laureati. Un terzo degli abbandoni avviene nelle famiglie dove i genitori sono precari, il dato diminuisce con i genitori dipendenti e professionisti. L’ambiente familiare influenza pesantemente il percorso e le aspirazioni degli studenti. La scuola restringe la forbice fino ai 15 anni, dopo lo svantaggio del capitale sociale esplode. Questo muro sociale si ripresenta nell’accesso all’università e alla laurea: i figli dei laureati vanno avanti, mentre cresce il divario tra ricchi e poveri.

Infine, c’è la POLITICA, quella, per intenderci, che ha promulgato la legge sulla buona scuola, favorendo un sistema viziato di competitività feroce. Viziato di meritocrazia fasulla, perché deve essere costruita ad hoc.
Un sistema viziato di esclusione sociale.
Una scuola che dovrebbe partire dal concetto che non è un supermercato o un’azienda, dove ognuno può essere illuso dalla pubblicità e poi comprare ciò che desidera, ma un organo previsto costituzionalmente con il compito di istruire facendo acquisire conoscenze e competenze, far crescere e formare cittadini valorizzando le persona nel rispetto delle differenze e delle identità di ciascuno.
Una scuola In cui in mancanza di investimenti pubblici chiede soldi ai privati cittadini, con l’entrata anche di “sponsor” che sicuramente condizioneranno i programmi ed i piani dell’offerta formativa.

E si arriva al capolinea; già proprio così


 Libertà di insegnamento, collegialità delle decisioni, gratuità dell’accesso all’istruzione, unitarietà del sistema scolastico: la scuola disegnata dalla legge 107/2015 cancella i principi fondativi della scuola della Repubblica italiana, sostituendoli con gli sponsor, i bonus, gli statuti, le squadre (sic). 
Trasformando le scuole in un unico,
aberrante agone competitivo, in cui vincerà il dirgente che avrà attirato, con ogni mezzo, maggiori investimenti privati. 


Che fare?  
Dobbiamo reagire, dobbiamo recuperare i valori della nostra Costituzione.
Ci vuole la Scuola della Costituzione.                                                                         


 Ci vuole la LIP:  Per la Scuola della Costituzione.

 Donata Albiero                                            12 febbraio 2018