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giovedì 12 marzo 2015

IN CRISI I COMPITI A CASA

Compiti sì, compiti no   

Intervista doppia sui compiti a casa     http://youtu.be/2H2WLhamX18



Il dibattito sulla eterna questione dei compiti a casa, che ha animato  le mie discussioni con docenti e genitori per decenni ,  sta avendo una impennata, dopo  la pubblicazione a giugno 2014 del  Rapporto OCSE TALIS 2013 sui diversi sistemi internazionali di istruzione  (Focus sull' Italia).                                                     
Il sole 24 ore, tra le tante riviste e giornali sfogliati,  a dicembre 2014,   ha riassunto, secondo me,  in modo accurato  l’analisi riguardante il nostro Paese. L’identikit del tipico studente italiano prossimo al traguardo finale della scuola dell’obbligo non è entusiasmante: 15 anni sulle spalle, incline ad assenze e ritardi più di tanti coetanei stranieri, mediamente con risultati modesti o esigui nelle competenze alfanumeriche rispetto alla media dei 65 Paesi Ocse, ancorché con punte al di sopra della media nel nord del Paese. La scuola che frequenta è per lo più sottodotata in termini  di nuove tecnologie e laboratori nonché in termini di materiali per lo studio.  A casa sta chino sui libri per 8, 7 ore alla settimana, contro una media Ocse di circa 5. Eppure mediamente ottengono risultati scolastici sotto la media degli altri paesi europei.
 In particolare - ed è questo aspetto che mi ha sempre interessato come dirigente scolastica  - se si guarda alle fasce di utenza più deboli, rispetto ad adolescenti con situazioni domestiche più agiate o stabili, l’Ocse rileva divari rilevanti nel tempo dedicato allo studio a casa, con esiti negativi sul rendimento scolastico:“Molti ragazzi  che provengono da contesti socio-economici svantaggiati sono sfavoriti, perché per loro è più complesso trovare supporto in seno alla famiglia.
E qui la scuola può intervenire e aiutare questi ragazzi, fornendo sostegno dopo le ore scolastiche, anche se questo richiederebbe uno sforzo organizzativo e finanziario importante per garantire un servizio adeguato.”

 Tullio De Mauro,  autorevole linguista in un articolo su INTERNAZIONALE  intitolato Compiti a casa al tramonto? apparso  a gennaio 2015  afferma - 
  I compiti a casa sono stati un pilastro della venerata trimurti che ha retto negli ultimi due secoli l’insegnamento nelle scuole: lezione orale dell’insegnante, interrogazione dello studente per verificare che ripeta esattamente le parole dette dall’insegnante, e i compiti a casa per rafforzare la capacità di ripetere. Nella vita e nel lavoro il più e meglio s’impara interagendo con gli altri, cooperando e cercando di mandare a effetto quel che apprendiamo. Non così a scuola.
Turba l’idea che la classe si trasformi in laboratorio, luogo di apprendimento attivo e cooperativo, e l’insegnante fornisca non formule da ripetere, ma consigli e assistenza sul cammino autonomo degli apprendimenti.  Dove l’idea prende piede si avverte sempre meno la necessità dei compiti a casa 
Ora il rapporto Ocse dice che tra 2002 e 2012 in tutti i paesi decrescono in media da sei a cinque le ore settimanali dedicate dai quindicenni ai compiti a casa. Il pilastro vacilla. Tempo per i compiti e successo scolastico sono correlati per gli studenti dei ceti avvantaggiati. Invece i compiti accrescono lo svantaggio per gli altri. Soprattutto, il tempo per i compiti è un terzo della media Ocse in sistemi di alta efficienza – in Finlandia, Corea, Giappone – e tende invece al doppio in Italia e Russia” .
Oggi come ieri, si ripropone quella che è sempre stata  la battaglia  condotta a scuola,  come direttrice didattica   nelle elementari e preside  nelle medie .      La scuola,  mi riferisco nello specifico  a quella dell’obbligo,  continua, spesso, a dare compiti a casa,  infliggendo agli alunni e alle loro famiglie un onere anche molto gravoso, tanto più pesante quanto più lo studente sia disagiato, bisognoso, solo; quanto più la sua famiglia sia indigente e deprivata.
 
Già, perché i ragazzi che abbiano genitori premurosi e culturalmente attrezzati possono affrontare l'impegno domestico con serenità o minore insofferenza; ma per chi non trovi nelle figure parentali sostegno , e magari ne debba subire la latitanza o, peggio, l'ignoranza, le difficoltà poste dallo svolgimento degli stessi compiti assumono ben altra consistenza; la fatica, spesso  frustrante, è incomparabilmente più dolorosa.

Ho sempre cercato di spiegare  ai docenti  che non si dovevano valutare a scuola i ragazzi considerando i  compiti svolti a casa segno di impegno,  disciplina  o rispetto delle regole.  Il più delle volte , è stata per me una battaglia persa.  La libertà di insegnamento è propria del singolo docente. 
Tuttavia,  non ho mai rinunciato a far riflettere i consigli di classe sul paradosso di  premiare, di fatto,  gli studenti che non avevano problemi e quindi  svolgevano regolarmente i compiti loro assegnati.
Gli  studenti  invece con  problemi (personali e/o familiari, che della scuola avrebbero più bisogno di aiuto,  ascolto,  comprensione),  quasi sistematicamente non facevano i compiti, o li facevano male, indisponendo i docenti che per questo li redarguivano, infierendo con brutti voti, note, punendo, di fatto, il disagio, la sofferenza, emarginando tali ragazzi  dal "sistema" invece di dar loro l’ opportunità di affermazione.

Ho letto, quale rinforzo alle mie posizioni, il saggio scritto da Maurizio Parodi, dirigente scolastico "Basta compiti! Non è così che si impara" che si  oppone all'utilizzo dei compiti per casa e li considera come inefficaci e addirittura dannosi. Secondo l'autore , infatti, compito principale della scuola non è "punire" gli studenti oberandoli di lavoro anche fuori dalle aule, bensì insegnare il giusto metodo di studio per imparare con profitto e far emergere la personalità di ciascuno di loro.

Che dire ?   La mia  esperienza condotta  in  lunghi anni di osservazioni e confronto con docenti, mi spinge  a non   assumere una posizione univoca sulla necessità o inopportunità dei compiti a casa.                                                                                                          
Sia ben chiaro. 
I compiti sono importanti  per consolidare quanto studiato in classe.  La maggior parte delle conoscenze, infatti, si “fissa” attraverso l’esercizio. Essi  sono un’occasione anche per accrescere l’autodisciplina e l’autonomia dell’alunno, per imparare a darsi dei tempi, a seguire delle regole, per sviluppare il senso del dovere e l’abitudine al lavoro, una  prova in cui gli allievi devono misurarsi da soli.

Ma, è doveroso chiederci: di che età stiamo parlando? Quante ore si fanno a scuola prima di andare a casa?  Quali modalità di impegno a casa intendiamo: lavoro di ricerca, esercitazioni, lavori di gruppo che richiedono una parte per ciascuno, semplice studio mnemonico, ricostruzione degli appunti presi in classe e loro integrazione grazie a esplorazione su altri testi e su media, esercizi di problem solving, lavori di traduzione? 
 L’americana National Teatchers Association ha quantificato in una regola precisa i tempi di studio: 10 minuti di compiti in prima elementare, 20 in seconda, 30 in terza e così via al fine di adattare gradualmente il carico di lavoro alla crescita intellettuale dei ragazzi. Il tutto tenendo presente quali sono i tempi di attenzione dei bambini: un bambino di 6-7 anni comincia a distrarsi dopo 15 minuti, un ragazzo di 14 è in grado di prestare attenzione per circa 30-45 minuti.                                                             
Le scuole dovrebbero ben tenere presente queste regole anche nel loro orario scolastico (quanto produttiva è l’organizzazione scolastica con la settimana corta,  di  sei ore di lezione consecutive  al  giorno? )

E passiamo alla questione del giusto  carico:  significa oltre a tener conto dell’età dell’allievo  anche e soprattutto  compiti diversificati , non uguali per la classe , in rapporto cioè  ai ‘tempi’  di apprendimento dei vari alunni. 
Non è finita. La funzione dei compiti è legata al lavoro che si fa a scuola.
Per avere la massima efficacia devono in ogni caso  avere un feedback da parte degli insegnanti (che purtroppo non sempre li guardano). Così non solo viene riconosciuto un valore all’impegno richiesto, ma i docenti  hanno  modo di verificare eventuali difficoltà.

Vogliamo di più ?  Attraverso la didattica cooperativa, in classe , i compiti assegnati dovrebbero  essere discussi e corretti , bambini con bambini, ragazzi con ragazzi, confrontandosi , con la guida del docente, sulle  rispettive strategie per superare le difficoltà di chi non riesce. Se si chiedesse allo scolaro che meglio ha risolto un problema, ostico per altri, di spiegare ai compagni come è arrivato alla soluzione, la volta dopo tutti avrebbero uno strumento in più È il principio del mutuo insegnamento.
Non è facile essere educatore .
 Di certo, i compiti a casa  non sono  la bacchetta magica  da usarsi  per sopperire le carenze del lavoro in classe, qualsiasi giustificazione si voglia dare.

I nodi vengono al pettine  prima o poi ed è la scuola a dover dare le risposte, la “buona scuola”   


 Donata  Albiero

 

 

APPROFONDIMENTI

http://donataalbiero.blogspot.it/2015/02/un-contratto-sociale-scuola.html

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