Visualizzazioni totali

domenica 24 gennaio 2016

LE RICHIESTE SILENZIOSE DEI NOSTRI RAGAZZI

 Maxima debetur puero reverentia   
CYBERBULLISMO         https://youtu.be/BJPoZIPZA1I

 

Mi hanno colpito le affermazioni di Alex Corlazzoli,  scritte a caldo sul fenomeno del Bullismo.  
«Abbiamo bisogno di maestri e professori che ascoltano, che si affiancano a questi ragazzi… Abbiamo la necessità di tornare a fare educazione civica, alla cittadinanza, non di scrivere il
decalogo del comportamento….
I ragazzi ci chiedono solo una cosa: ascolto. Dobbiamo imparare a parlare un po’ meno per raccogliere le loro storie. Quelle dette e non dette. La ragazza di Pordenone ha diritto alla felicità allo stesso modo di quei ragazzi che hanno bisogno di capire quello che hanno fatto. Non sono “bulli”, sono ragazzi... No, non servono progetti. Tantomeno una legge...»
I bulli? : Sono anche loro nostri figli come quella ragazza di Pordenone. Fragili come lei o forse in maniera diversa. Sono quelli che non amano la nostra scuola, soprattutto le “medie”, anello debole del sistema dell’istruzione. Capitò anche a me… Sono quelli che non trovano un prof che li ascolta. Sono quei ragazzi che bocciamo, cataloghiamo come “svogliati”, “fannulloni”, “disagiati.


Che dire?
Difendo la scuola, ovviamente. 

Ma l'articolista  sfonda , con la sua provocazione, una porta aperta, avendo diretto una scuola media per dieci anni, con più di 900 studenti.



La scuola, lo si sa bene, è il luogo, l’unico, in cui si realizza l’incontro di tutti i ragazzi, luogo dove questi consumano più tempo nello stare insieme, in cui si sviluppano relazioni, confronti, scambi affettivi, prove di socialità e di sfide.
Ogni individuo entra nella scuola con il proprio patrimonio di storia personale che ha le radici nell’albero familiare e nel contesto sociale di appartenenza. Nell’impatto con i pari e con l’istituzione (con sue regole, sue richieste precise) il disagio individuale si rivela, trovando punti di contatto e di continuità con quello altrui. La scuola dunque è, per così dire, la rappresentazione tangibile di un disagio che attraversa il corpo sociale. Essa, può, a seconda del suo modo di essere e funzionare, implementare, moltiplicare, stigmatizzare il disagio oppure accoglierlo, conoscerlo, riconoscerlo e mettere in atto processi di contrasto.     

Di fronte al malessere adolescenziale, sorge quotidianamente l’interrogativo:

A chi dare la responsabilità?”                                                               


Mi sono sempre opposta e mi oppongo oggi, a che la scuola diventi una sorta di comodo capro espiatorio per i mali della nostra società, tanto da giungere agli estremi di attribuire ai docenti ogni responsabilità su ciò che riguarda la vita dei giovani.
  Ma è pur vero, quanto ha scritto lo psichiatra sociologo Paolo Crepet“. I giovani si stanno  sempre più allontanando dalla scuola perché sempre più faticano a sentirla parte della propria vita e della propria cultura . Troppo spesso, in quelle aule non si sentono ascoltati ma solo giudicati e questo riduce la relazione affettiva con chi a scuola lavora”.

La scuola deve ri-partire ogni giorno dalla

qualità e dignità dell’ essere educatore per dare risposte alle esigenze dei ragazzi - io le  chiamai   RICHIESTE SILENZIOSE -  che  vogliono essere ascoltati, capiti, aiutati, stimati.

Nella pubblicazione della scuola, ancora del 2007, i temi e i problemi legati alla aggressività dei ragazzi, al fenomeno del bullismo, sono oggi ancora attuali e anche le soluzioni operative proposte.
Si è lavorato, allora, su diversi fronti nella convinzione che un intervento preventivo, dovendo rappresentare un momento ‘contenitivo’ di vari aspetti di vulnerabilità adolescenziale, fosse da realizzare attraverso la cooperazione di diverse strutture ed istituzioni già presenti sul territorio quali l’ULSS, il Comune di riferimento, il Servizio di Tutela dei Minori, le organizzazioni di volontariato, il Comitato dei genitori. Lo abbiamo definiamo un modello d’intervento “multidisciplinare”, rivolto agli insegnanti, ai giovani e alle loro famiglie; un intervento formativo ed informativo. .

Avevamo , con la pubblicazione,  espresso l’auspicio, non avveratosi,  che attraverso  il dibattito con le esperienze delle altre scuole, si trovassero i canali per un confronto e uno scambio di  buone pratiche. Lo ritengo utile, oggi più di ieri. 
                


Sappiamo che una scuola che si pone nella prospettiva della promozione del benessere è una scuola che assume come principio-guida quello di sintonizzarsi con le istanze interne degli allievi per  intercettarne i bisogni e le potenzialità.
E’ una scuola che punta su   
- l’accoglienza, da pensare nelle sue forme attuative come l’incipit di una relazione multipla e sistemica che accompagnerà l’allievo negli anni;  
- la cura della comunicazione, della informazione come fattori di partecipazione e di democrazia;
-  il riconoscimento della diversità nei processi di apprendimento, senza che questo comporti una penalizzazione valutativa, ma attivi invece la ricerca congiunta di percorsi alternativi, in armonia con i sistemi motivazionali;
- la pratica, nelle classi, del lavoro di gruppo, del mutuo aiuto, opportunamente dosato con i percorsi individuali;
- l’organizzazione di spazi, di tempi distribuiti tra attività didattiche e attività sociali/culturali, nelle quali gli allievi siano protagonisti attivi di proposte e di gestione delle iniziative;
- la riflessione permanente sulla qualità della relazione fra docente e allievi, sulle modalità di testare l’apprendimento e il sapere, sugli strumenti e i metodi della valutazione.  



 Ribadisco un concetto che mi è caro.
Siamo di fronte a tante storie individuali cui si risponde attraverso l’ascolto, la comprensione e  nei confronti delle quali saremmo disarmati se pensassimo di avere in tasca modelli e soluzioni preconfezionate.  E’ attraverso queste molteplici storie individuali che interagiscono tra loro, a volte in modo scomposto, che il docente può realizzare quotidianamente quel miracolo che è la rottura del muro della solitudine del ragazzo.

Certo, è difficile pensare a un simile percorso didattico se si il docente è costretto a esercitare il proprio compito in classi ‘pollaio’ e con una scuola con sempre meno ore di funzionamento curricolare.  La struttura e il finanziamento della scuola pubblica, la riduzione del numero dei discenti, sono elementi non secondari di un processo didattico che parte dalla persona. 


Che fa la politica?



Donata Albiero  

Un aiuto : 
https://www.facebook.com/mabasta.bullismo/?hc_ref=NEWSFEED&fref=nf                                           

1 commento:

  1. Titta mi ricorda " Criminalizzare il bullo di turno è un modo per nascondere la faccia di una società, che come ben detto, è il contesto in cui esso si manifesta. Si tratta di un malessere, espressione dell’ambiente deprivato di valori umani in cui vivono molti ragazzi. L’odio razziale, la discriminazione religiosa, l’intolleranza verso il diverso, l’egoismo, la canea contro i migranti e tante altre manifestazioni di disumanità sono il pabulat in cui i germi del bullismo si sviluppano. Se è giusto colpire e insultare chi scappa dalla guerra e dalla fame è altrettanto logico infierire sull’elemento debole di turno che si trova a portata di mano.
    Chi predica vento raccoglie tempesta. Il bullo non è altro che l’autoritratto (oggi diremmo “selfie”) di una società che ha smarrito se stessa. Colpevolizzare o punire serve a poco, visto che dietro le spalle dei ragazzi bulli ci sono agguerriti genitori pronti a puntare il dito su insegnanti e presidi. E’ necessario un confronto culturale permanente per contrastare il degrado morale e etico di una società che ogni giorno si esprime nel bullismo"

    RispondiElimina