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domenica 1 ottobre 2017

RILANCIAMO LO SCRIVERE A MANO IN CORSIVO


CORSIVO   ULTIMO ANTIDOTO AI TABLET

Il Corsivo Naturale                      https://youtu.be/oC7OGgPrPG4   


La capacità degli esseri umani di scrivere a mano in corsivo, sta scomparendo, non proprio nell’indifferenza generale, ma quasi. Tablet, computer, telefonini: hanno cambiato il nostro modo di scrivere, di percepire, di apprendere. In negativo, soprattutto se si guarda ai bambini e ai ragazzi.
In Finlandia, lo Stato ha deciso che non è più necessario insegnare la calligrafia agli studenti: in un mondo nel quale tutti scriveranno sempre di più su tastiere elettroniche è tempo perso.
Così anche in Indiana, negli Stati Uniti, la scrittura è diventata una materia facoltativa.  

I difensori di penna e foglio di carta, tra i quali mi inserisco, sono sempre meno. 
Gli scienziati che studiano l’evoluzione del cervello umano sono molto più preoccupati, come gli insegnanti e i genitori avveduti, per la progressiva perdita della capacità dei ragazzi di scrivere a mano. La scrittura non è innata, non è genetica, va insegnata.
Circa un terzo del nostro cervello si mette all’opera quando scriviamo a mano, molto di più di quando scriviamo sull’iPad. E’ forse per questo che ricordiamo meglio le cose scritte a penna: ogni ricerca ha confermato il legame tra la scrittura e la capacità di apprendere.

Le scuole italiane, purtroppo, si sono arrese, o cominciano a farlo.

Eppure, secondo diversi studi, la mancanza dell'uso del corsivo può avere effetti negativi sullo sviluppo del cervello.

 “Oggi non si gioca più in strada, non ci si arrampica sugli alberi, non ci si allaccia le scarpe, non si corre e salta, non si infila un ago. Si premono tasti, o si tocca uno schermo, tutte cose che richiedono l’uso di altri muscoli rispetto a quelli per tenere in mano una penna, e che non consolidano la coordinazione necessaria a scrivere in corsivo”(Stephanie Muller, pedagogista)

“In termini di costruzione del pensiero e delle idee, c’è un rapporto importante tra cervello e mano. La scrittura manuale legata accende massicciamente   aree del cervello coinvolte anche nell’attività del pensiero, del linguaggio, e della memoria” (Virginia Bermnger, Università di Washington)
 Tali studi evidenziano che l'importanza del corsivo va oltre la sua utilità pratica, risultando cruciale nello sviluppo e nella crescita dei bambini.

E negli Stati Uniti si è aperto un vero e proprio dibattito sul corsivo e sulla sua importanza. Tanto che nove Stati, fra cui California e Massachusetts, lo hanno reinserito come materia di studio a scuola. 

Secondo Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell'età evolutiva, la perdita del corsivo potrebbe essere alla base di molti disturbi dell'apprendimento "Scrivere in corsivo vuol dire tradurre il pensiero in parole, scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase. E il corsivo così come lega le lettere lega i pensieri".

L’appello della pedagogista Giuliana Ammannati è deciso: “Bisogna tornare a scommettere sul corsivo. Insieme al gioco, il gesto grafico è uno strumento di formazione della personalità e in quanto comportamento espressivo, oltre che di una valenza pedagogica, l’attività grafica è portatrice di una valenza diagnostica pronta per essere utilizzata dal pedagogista clinico.”

 Fa riflettere che il più grande innovatore del mondo digitale all'università avesse scelto di seguire proprio un corso di bella calligrafia. Questo pioniere era Steve Jobs che nelle aule del Reed College, prima di fondare la Apple, imparò a scrivere in corsivo, con eleganza, senza errori né sbavature. 

E allora?
Io sono per l’insegnamento del corsivo da sempre e invito le scuole primarie a farlo scrivere, oggi come e forse piu’ di ieri.                                                   Il corsivo è la forma di scrittura a mano più evoluta, quella in cui le forme sono eseguite con il minor numero di tratti e sollevamenti di penna, consentendo al pensiero di fluire sul foglio. La scrittura a mano è intimamente legata alla espressione della persona e può affiancarsi naturalmente all'uso di strumenti elettronici, ampliando così i linguaggi e i mezzi espressivi

Mi permetto una digressione riguardante il metodo.           
 Senza voler insegnare niente a nessuno, porto la mia esperienza diretta, sia pure di molti anni fa: non presenterei come maestra i caratteri grafici nell’ ordine di stampato maiuscolo, stampato minuscolo (script), corsivo maiuscolo e corsivo minuscolo, come imparai io quando ero piccola (più di mezzo lustro fa).  
Semplificherei.                                
 Ricordo che il modello di scrittura corsiva che ho utilizzato io come maestra a scuola, in una prima elementare, tra l’altro alla mia prima esperienza lavorativa, lo chiamavo “facilitato“(credo che coincidesse con quello chiamato dagli esperti ”italico”).  Si articolava in forme le più semplici possibili: era  la legatura che differenziava  il minuscolo slegato (o stampatello minuscolo) dal minuscolo legato o corsivo, mentre le tradizionali maiuscole del corsivo inglese - così difficili da apprendere e da leggere – venivano  rimpiazzate dalle forme dello stampatello maiuscolo. In questo modo rendevo tutto più facile e intuitivo e  insegnavo ai bambini solo due alfabeti: uno maiuscolo e l’altro minuscolo (anziché i quattro tradizionali: stampatello maiuscolo, stampatello minuscolo, corsivo maiuscolo, corsivo minuscolo).                                                              Adottando questo modello era, ed è, infatti possibile presentare un unico alfabeto minuscolo che diventava corsivo grazie all’aggiunta di tratti che legavano le lettere tra loro, risparmiando mesi di lavoro (Il gioco che faceva divertire tanto i piccoli a scuola era quello di legare le letterine senza mai staccare la penna dal foglio). 

Ritornando a ciò che mi interessa, lo scrivere in corsivo, porto la voce autorevole di Franco Frabboni, ordinario di Pedagogia all'ateneo di Bologna e presidente della Società Italiana di Scrittura:  

«La grafia, il corsivo sono veicoli e fonti di emozioni. Tradiscono la personalità, lo stato d'animo... L'abbandono della scrittura a mano porta a una scarnificazione del messaggio, lo vedo spesso nelle tesi dei miei studenti, povere, troppo brevi, dove la sintesi non è un pregio ma una incapacità di sviluppare il pensiero. Quasi sempre nelle mie lezioni faccio fare esercizi di scrittura, invito gli studenti a scrivere di sé, a raccontarsi, a confrontarsi con la propria biografia. E noto difficoltà crescenti».

«Tornare all'insegnamento della scrittura in corsivo è una battaglia fondamentale. Anche perché l'altra faccia di questa metamorfosi è la perdita della lettura. Sono due vasi comunicanti. Se non si impara il corsivo, i suoi tempi, la sua musicalità, come si farà a concentrarsi sulle parole di un libro? È chiaro che il computer è oggi una nostra appendice, un pezzo del nostro pensiero. Ma è un pensiero binario mentre la scrittura a mano è ricca, diversa, individuale, ci rende uno differente dall'altro. Bisognerebbe educare i bambini fin dall'infanzia ad annotare i propri pensieri, a capire che la scrittura è una voce di dentro, un esercizio irrinunciabile, mentre il computer è un mezzo, utilissimo per molti aspetti, ma pur sempre uno strumento di cui servirsi in base alle esigenze e non a cui asservirsi».

Ecco, confido nella scuola, per non perdere definitivamente il corsivo.  

A quanti interessati alla problematica consiglio la lettura di un manuale  Il corsivo encefalogramma dell’anima, Editore La Memoria del Mondo, 2017,  curato da Irene Bertoglio (grafologa, perito grafico giudiziario) e Giuseppe Rescaldina (noto psicologo, già autore di pubblicazioni scientifiche ) spiega il valore psicologico del "corsivo", anche attraverso analisi scientifiche.
                                                                                    
Ne vale la pena.


Donata Albiero                       

sabato 16 settembre 2017

PER UNA SCUOLA LABORATORIO DI DEMOCRAZIA

    Contro la deriva della scuola pubblica 

 Marina Boscaino                     https://youtu.be/7LWQbQNycU4


 Torno a scrivere sulla scuola, dopo la pausa estiva, ad inizio del nuovo anno scolastico, nel momento in cui ho appreso che il testo della LIP ( Legge di Iniziativa Popolare) è stato depositato in Cassazione l’8 settembre 2017  

Certo, non è immune da critiche e obiezioni. 
Io stessa avrei modificato qualche punto e l’ho anche proposto, senza successo, nelle sedi preposte (riforma cicli scolastici ad esempio).       
 Tuttavia, concordo con Antonia Guerra:“… sarebbe deleterio un approccio critico che, soffermandosi su singoli aspetti, non tenesse conto della portata complessiva della legge: ribaltare il paradigma corrente, privatistico e classista, disinfestare lo spazio culturale dal dominio del mercato, ricostruire l’equilibrio di diritti e poteri, restituire il sistema scolastico alla funzione di promozione del pensiero critico e della cittadinanza consapevole”.
Dunque andiamo avanti:  La barchetta  (la LIP) è pronta a navigare

Da sempre, ho sostenuto, per la scuola pubblica, i principi / valori della laicità, accoglienza, solidarietà, cooperazione, integrazione, inclusione.  E’ stato pertanto inevitabile per me lottare contro la legge 107/2015 perché ritengo che essa violi oggi i principi fondamentali della Costituzione, diventando una scuola selettiva, classista, meritocratica.                                                          
L’istruzione non è una merce, la scuola non è una azienda”.

Faccio parte del comitato   LIP di Vicenza per la difesa della scuola pubblica e come cittadina attiva mi interessano non tanto gli aspetti sindacali dei lavoratori della scuola pur riconoscendone la legittimità, quanto piuttosto gli articoli costituzionali e la loro salvaguardia,  su cui si fonda la scuola repubblicana e che la cosiddetta ”Buona Scuola" sta calpestando.  


Non accetto la sostanziale parità tra scuole statali e private, chiamate tutte paritarie o paritetiche ormai. In effetti si inviano i capitali privati a finanziare in modo generoso la scuola mentre nello stesso tempo si aumentano i finanziamenti pubblici alle scuole private e si danno loro privilegi mai avuti.

Non accetto, in altre parole, la privatizzazione della scuola pubblica e la pubblicizzazione delle scuole private.

Non accetto la trasformazione della scuola da “servizio “ a azienda, con perdita della libertà di insegnamento e del diritto allo studio di ogni studente.  

Non accetto la scuola fast and furious, che non garantisce il diritto all’istruzione per tutti, che non fornisce, pari opportunità per tutti, che non rispetta i tempi di tutti.
                                                     
Non accetto l’addestramento dei giovani invece che lo sviluppo del pensiero critico e la scuola china ai voleri deli mercati.
La Costituzione è stata da tempo violata per quanto riguarda i diritti fondamentali della Scuola (come del lavoro, della sanità).  E’ bene ricordarlo a quanti rimangono spettatori impassibili.   E’ bene ricordare loro che le vittime sono i nostri figli e nipoti, i nostri allievi se non si cambia rotta.

  “L’istruzione è l’arma più potente che abbiamo per cambiare il mondo”
lo ha detto N. Mandela.

 L'appello dei docenti per il  NO alle modifiche   istituzionali lanciato nell’ottobre 2016, vale ancora e spiega la ragione del mio sostegno al nuovo testo  della LIP, presentato in  Cassazione  nonché, se necessario,  il mio impegno per la raccolta delle firme:                                  “Crediamo in una scuola come laboratorio di democrazia. Per questo ci opponiamo a tutte le operazioni che ne stravolgono il ruolo, svilendola e deformandola a mero strumento di esercizio del potere e di omologazione, compatibile con una società basata sulla competizione e sull’individualismo, gerarchizzata e subordinata al mito del mercato e del profitto”.

 
AVANTI CON LA LIP, per la scuola della costituzione

 Donata Albiero           16 settembre 2017


Approfondimenti

  La barchetta è pronta a navigare

Scuola pubblica laica e gratuita: i comitati LIP ci riprovano con la legge di iniziativa popolare



sabato 19 agosto 2017

LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO DELLA SCUOLA PUBBLICA?

La scuola fast and furious  


Nel cuore delle vacanze scolastiche, anche quest’anno non poteva mancare la notizia-bomba riguardante la scuola pubblica: la firma di un decreto da parte della ministra dell’Istruzione per la sperimentazione del liceo breve, esteso a 100 classi a partire dal 2018/19 
Si tratta per essere concreti della riduzione del ciclo di studi delle scuole secondarie superiori a quattro anni.  
E’ in realtà un dibattito vecchio.
“ Da anni, scrive Marina Boscaino , le “riforme” che hanno colpito (e con violenza) la scuola ammiccano a precocismo e rapidità: Berlinguer immaginò senza esito un ciclo di 7 anni, seguito da biennio comune e triennio specifico per i vari indirizzi; la scuola “delle 3i” di Moratti realizzò gli anticipi; e ora la secondaria di secondo grado ‘breve’ , evergreen riproposto  periodicamente.  La velocità? Ce la chiede l’Europa


Lo confesso, 17 anni fa, guardavo con interesse alla “legge sul riordino dei cicli” di Berlinguer approvata nel febbraio 2000. Mi pareva un’idea “forte” il puntare a costruire un percorso scolastico lungo incentrato sull’apprendimento, che fosse in grado di rimuovere sin dai primi anni i dislivelli di partenza. La riforma dei cicli prevedeva l’unificazione in un unico ciclo di 7 anni della scuola elementare e della media; un ciclo della secondaria articolato in un primo biennio obbligatorio, unitario e orientativo e un triennio pre-professionalizzante. La conclusione dell’obbligo a 15 anni alla fine del primo biennio, allineava al resto dell’Europa l’uscita dalla secondaria a 18 anni.
La consideravo una riflessione complessiva sui cicli didattici, dalle scuole elementari alle superiori passando per le scuole medie, per ridefinire alla radice la funzione di questi tre momenti. E come dirigente scolastica mi parve positiva anche perché si presentava come una meditata revisione dei cicli, che vedeva protagoniste le associazioni disciplinari e professionali.
 La legge n 30 sui cicli scolastici non ebbe comunque seguito.
Dopo Berlinguer … infatti fu “punto e a capo“; lo espresse bene lo slogan coniato dal nuovo ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti che per distinguersi dal Governo precedente, abolì immediatamente tale legge che non entrò mai in vigore.

Tralascio … quella che si rivelò una delusione amara sulla autonomia scolastica che ingenuamente, ritenni all’inizio (correva l’anno 2000 ed ero dirigente scolastica) una occasione per la scuola pubblica di emergere nel suo splendore, forte dei suoi valori educativi.
Disincantata, ho combattuto, poi, quotidianamente, quello che ritenevo essere il concetto perverso che si stava imponendo di scuola rischiatutto, ho esaltato e difeso  il ruolo insostituibile dei docenti che si stava smarrendo, pur cercando  di rendere più funzionale la ‘mia’ scuola statale  modernizzando le sue strutture.  
Mi sono resa conto, in questi ultimi 15 anni che la progressiva distruzione della scuola disegnata dalla Costituzione, laica, libera, pluralista e aperta a tutti, faceva e fa tuttora  parte dell’involuzione neo liberista  della nostra società. 
Perciò ho contestato la legge 107 che delineava la cosiddetta buona scuola.
Se poi parliamo del tempo scolastico, sono stata sempre contraria all’anticipo della scuola dell’obbligo a 5 anni, alla settimana corta, alle ore curricolari sprecate per l’alternanza scuola lavoro

E… veniamo all’oggi, al tempo scolastico breve che si ripropone, di fatto, alle superiori,  alla sperimentazione cioè dei licei brevi prevedendo stessi
obiettivi in quattro anni invece che cinque, con esami di Stato identici ai percorsi quinquennali. Le scuole potranno partecipare a seguito di una apposita progettazione da presentare al Ministero che dovrà comprendere, tra le altre cose: potenziamento lingua con percorso CLIL, attività laboratoriali e tecnologie digitali, rafforzamento alternanza scuola-lavoro e progetti su mobilità internazionale.

Mi chiedo
Come?  Con un taglio secco di un anno di scuola superiore basato su un concorso di idee delle singole scuole, mantenendo inalterato il folle monte ore dell’ “alternanza scuola lavoro”?  
E come reggere alla stessa mole di studio accorciando di un anno la scuola? Sviluppando metodi didattici “alternativi”, focalizzati sull’acquisizione di competenze e non sullo sviluppo di conoscenze approfondite?  

Chi si vuole prendere in giro?
Diciamolo con franchezza. La riduzione a quattro anni delle scuole superiori si colloca in un processo più ampio di dequalificazione del sistema educativo italiano, teso a modellare l’istruzione sulle esigenze del mercato.
 “Un potenziale risparmio di quasi 1,3 miliardi di euro e un taglio docenti che, a pieno regime, potrebbe arrivare a 40 mila cattedre: l’effetto della riduzione degli anni di scuola superiore e del loro passaggio da cinque a quattro era già stato calcolato quando, nel 2013, l’ipotesi della soppressione di un anno era allo studio del ministro dell’Istruzione del governo Monti, Francesco Profumo. E oggi, dopo l’approvazione del decreto ministeriale, non è cambiata scrive Virginia Della Sala 


E gli studenti? 

 Ancora una volta gli studenti sono stati praticamente ignorati da questo decreto che completa la pessima RIFORMA della SCUOLA, la legge 107 /2015 voluta dal Governo, che “… È calata dall'alto sugli studenti che non vengono interpellati perché considerati dei consumatori di sapere, degli utenti di prestazioni, dei clienti degli istituti. Devono consumare programmi, devono consumare progetti, acquistare certificazioni, e viene dunque eliminato quell'aspetto fondamentale, in un processo formativo, che è la creatività degli studenti. Hanno uno spirito collaborativo e critico che va alimentato e sostenuto, e non eliminato o tarpato sin dall'inizio” (Matteo Saudino).

Dov’è la scuola inclusiva e garante del diritto allo studio, quella scuola pubblica statale grazie alla quale io, capace e meritevole, ho potuto, pur essendo figlia di proletari, studiare, avere borse di studio, laurearmi, diventare dirigente scolastica?
 La scuola pubblica che io sostengo, difendo e che si sta smantellando, permette ad ogni studente di fruire di opportunità educative specificamente strutturate per incontrare i propri basilari bisogni di educazione.

 Non va certo in questa direzione la sperimentazione dei licei brevi
La riduzione di un anno della scuola avvantaggerebbe, di fatto, gli studenti che provengono da famiglie abbienti con genitori laureati che sono in grado di garantire ai figli esperienze, cultura e conoscenze.
Concordo con la Associazione pedagogisti educatori italiani, che si è opposta alla sperimentazione:
 “La scuola deve garantire il diritto all’istruzione per tutti: non deve favorire alcuni soggetti rispetto ad altri, ma fornire pari opportunità per tutti.
E questo significa rispettare i tempi di tutti.
 Non siamo all’interno di una logica aziendale, ma in un processo di crescita.
“…In pedagogia, i tempi sono importanti: l’apprendimento non è la ripetizione mnemonica di concetti, ma il ‘saper fare’, l’avere competenze anche di carattere sociale…”.

Concordo con  la USB scuola che rincara:                                                              
Come è possibile riformare un ordine scolastico superiore senza rivedere il percorso precedente, in modo tale da introdurre quegli approcci socio-pedagogici e didattici che attuando la personalizzazione del processo di insegnamento-apprendimento, consentano l’accesso all’istruzione superiore quadriennale anche ai Gianni di Don Milani , in un ambito che attualmente vede, nel corso dei 5 anni, un aumento della dispersione e una strage fatta di bocciature?
 In effetti all’età di 13-14 anni, cioè al momento del passaggio alle scuole secondarie di secondo grado i “giochi” sono già fatti per i “Gianni” e per i “Pierini”.

Finiamola, denuncia Matteo Saudini, con l’avere in mente due parametri 
“ …Uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.
Il primo, figlio dell'Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi. Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un'architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all'emancipazione della persona.
…La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.”  

E allora, per favore, non devastate quel che resta della scuola italiana pubblica, quella per intenderci,  della Costituzione  

Donata Albiero 

sabato 29 luglio 2017

ESTATE A SCUOLA?


   Scuole aperte anche d'estate  


Un vecchio dibattito si ripropone ogni anno con la fine dell’anno scolastico, stavolta ancor più aspro dopo che è stato annunciato alla Stampa dalla ministra all’istruzione Fedeli a giugno 2017 il nuovo piano “Scuole aperte anche d'estate” sul quale i tecnici stanno lavorando, che punta a rivoluzionare l'intero sistema scolastico.

Prendo lo spunto, da quanto scrive la giornalista E. Ambrosi (18 giugno 2017)
 “Il tema non è dei più appassionanti, almeno per chi non ha figli e vede ogni anno, verso maggio e giugno, giornali e tv attraversati dalla solita, sterile, polemica  sull’opportunità di lasciare aperte o meno le scuole d’estate. Per chi i figli ce li ha, tuttavia, l’argomento è di sicuro tra i più sentiti, visto che nel nostro Paese quanto a calendario scolastico siamo fermi, credo, a una cinquantina di anni fa: le scuole chiudono intorno al dieci giugno e riaprono a settembre inoltrato, scaricando sulle spalle delle famiglie ben tre mesi di vacanze che vanno organizzate con le forze a disposizione, che sono spesso – specie per le famiglie non benestanti o con nonni e parenti lontani o non più vivi – molto poche e da centellinare con cura (visto che, tra l’altro, si continua a lavorare fino al dieci agosto per avere una ventina di giorni di ferie o poco più).”

   Premetto che difendo la scuola pubblica, l’ho sempre difesa. Sono ben consapevole dello stato di degrado che essa presenta, spesso priva di spazi e strutture alternative ai soli posti aula; sono altrettanto ben consapevole del ruolo istituzionale che essa ricopre, di formazione educazione istruzione degli allievi, non certo di servizio assistenziale e sociale.
  
   Sostengo le lotte democratiche e pacifiche dei collettivi studenteschi, le ho sempre sostenute, contro l'indifferenza con cui i vari Governi, ma soprattutto l’ultimo, stanno facendo sgretolare le scuole pubbliche, nel silenzio, nella ignoranza dei problemi, nella superficialità distratta dei provvedimenti di emergenza ...
   
    Lotto per la scuola pubblica della Costituzione, ho sempre lottato,  ritenendo che essa debba  restare uno spazio comune, libero, autonomo dove far crescere bimbi che dovranno essere persone consapevoli, dotate di strumenti tali da consentire  loro di saper e poter scegliere, di avere uno sguardo critico e autonomo.
   
     Considero la legge 107, l’ho considerato fin dalla sua approvazione (ho raccolto le firme in piazza per la sua abrogazione), una beffa al Paese  perché  riduce la scuola a essere  classista, verticale,  autoritaria, aziendalista .

  Conosco, dunque, bene a cosa è stata ridotta la scuola, devastata dall'incuria, dalle clientele e dalle ideologie. Non sono una sprovveduta e sono scettica di fronte agli annunci del ministro di turno per la scuola aperta d’estate; ogni volta, mi chiedo se sia solo 'opportunismo politico’ che, se applicato, senza un vero Progetto dello Stato, sfigurerebbe la scuola italiana, trasformandola in parcheggio  estivo in funzione di supplenza e di babisitteraggio pubblico.     
   
 C’è il reale pericolo che i bambini siano trasformati in mini reclusi, condannati a consumare l'infanzia senza aver mai corso in un prato, giocato con le farfalle, odorato i fiori, guardato le stelle

Però, chiarite le premesse e l’alta considerazione che ho per la scuola pubblica e i professionisti che vi operano, io non sono contraria  alla scuola APERTA tutto l’anno, anche d’estate.

La ragione è semplice.
La scuola, io non la vedo, né l’ho mai vista quando ho operato in essa, come un insieme di uffici, di personale; è arte, politica, cultura, è compagnia, è lavoro, è gioia, è futuro.               
La scuola dovrebbe essere la meta dell’agenda di ogni Governo, di ogni Regione, di ogni Comune. 

E qui sta il punto
La scuola deve condividere i suoi spazi e diventare veramente bene comune tenendo aperte le aule anche oltre il calendario e l’orario  scolastico  

   Nel caso specifico dei ragazzi, vedo la  scuola  un luogo laico  dove le famiglie che ne hanno necessità trovino i servizi estivi ideati dai comuni (meglio se in accordo con le esigenze formative delle scuole), con personale specializzato esterno, rivolti alle diverse fasce d'età, dove si promuovano esperienze educative e di socializzazione all'interno di contesti stimolanti, creativi e rilassanti; servizi di supporto alle famiglie, che rispondono a precisi requisiti e standard qualitativi, per chi resta in città (per favore non demonizziamo le esigenze sacrosante delle famiglie) .     
   Naturalmente, tutti i progetti educativi dovranno mirare a soddisfare il bisogno primario dei minori di divertirsi, muoversi, conoscere nuovi amici, inventare, costruire, partecipare attivamente e da protagonisti alle diverse attività proposte,  con un'attenzione particolare rivolta al rispetto reciproco e alla natura.

Basterà essere chiari sul tipo di servizio (centro estivo)  e su come verrà svolto. 
 Le opportunità per bambine e bambini si potranno basare su un sistema integrato di iniziative estive, alcune curate direttamente dall'Istituzione nelle proprie sedi e con proprio personale (senza essere però obbligata a farlo), altre o in toto organizzate dal Comune con personale ad hoc, rispetto ai quali l'Istituzione eserciti un ruolo di governo dell’offerta complessiva, favorendo le condizioni di accessibilità e di pari opportunità dell'utenza.

Il vero problema è però  il centro estivo generalizzato, modulato e flessibile, con delle linee guida chiare che stabiliscano le regole su chi e come occuparsi degli studenti, della cui istituzione e dei corrispondenti oneri dovrebbero  farsi carico lo Stato e gli Enti Locali.                                             Ma alla  fin fine, basterebbe che lo Stato finanziasse i comuni con un apposito capitolo, lasciando ad ogni comunità decidere di quali centri estivi abbia bisogno, in che fasce orarie e in che ambienti svolgerli… anche in  una scuola, quando necessario

Che ve ne pare?

Donata Albiero