Visualizzazioni totali

sabato 19 agosto 2017

LICEI BREVI, FUTURO SVENDUTO DELLA SCUOLA PUBBLICA?

La scuola fast and furious  


Nel cuore delle vacanze scolastiche, anche quest’anno non poteva mancare la notizia-bomba riguardante la scuola pubblica: la firma di un decreto da parte della ministra dell’Istruzione per la sperimentazione del liceo breve, esteso a 100 classi a partire dal 2018/19 
Si tratta per essere concreti della riduzione del ciclo di studi delle scuole secondarie superiori a quattro anni.  
E’ in realtà un dibattito vecchio.
“ Da anni, scrive Marina Boscaino , le “riforme” che hanno colpito (e con violenza) la scuola ammiccano a precocismo e rapidità: Berlinguer immaginò senza esito un ciclo di 7 anni, seguito da biennio comune e triennio specifico per i vari indirizzi; la scuola “delle 3i” di Moratti realizzò gli anticipi; e ora la secondaria di secondo grado ‘breve’ , evergreen riproposto  periodicamente.  La velocità? Ce la chiede l’Europa


Lo confesso, 17 anni fa, guardavo con interesse alla “legge sul riordino dei cicli” di Berlinguer approvata nel febbraio 2000. Mi pareva un’idea “forte” il puntare a costruire un percorso scolastico lungo incentrato sull’apprendimento, che fosse in grado di rimuovere sin dai primi anni i dislivelli di partenza. La riforma dei cicli prevedeva l’unificazione in un unico ciclo di 7 anni della scuola elementare e della media; un ciclo della secondaria articolato in un primo biennio obbligatorio, unitario e orientativo e un triennio pre-professionalizzante. La conclusione dell’obbligo a 15 anni alla fine del primo biennio, allineava al resto dell’Europa l’uscita dalla secondaria a 18 anni.
La consideravo una riflessione complessiva sui cicli didattici, dalle scuole elementari alle superiori passando per le scuole medie, per ridefinire alla radice la funzione di questi tre momenti. E come dirigente scolastica mi parve positiva anche perché si presentava come una meditata revisione dei cicli, che vedeva protagoniste le associazioni disciplinari e professionali.
 La legge n 30 sui cicli scolastici non ebbe comunque seguito.
Dopo Berlinguer … infatti fu “punto e a capo“; lo espresse bene lo slogan coniato dal nuovo ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti che per distinguersi dal Governo precedente, abolì immediatamente tale legge che non entrò mai in vigore.

Tralascio … quella che si rivelò una delusione amara sulla autonomia scolastica che ingenuamente, ritenni all’inizio (correva l’anno 2000 ed ero dirigente scolastica) una occasione per la scuola pubblica di emergere nel suo splendore, forte dei suoi valori educativi.
Disincantata, ho combattuto, poi, quotidianamente, quello che ritenevo essere il concetto perverso che si stava imponendo di scuola rischiatutto, ho esaltato e difeso  il ruolo insostituibile dei docenti che si stava smarrendo, pur cercando  di rendere più funzionale la ‘mia’ scuola statale  modernizzando le sue strutture.  
Mi sono resa conto, in questi ultimi 15 anni che la progressiva distruzione della scuola disegnata dalla Costituzione, laica, libera, pluralista e aperta a tutti, faceva e fa tuttora  parte dell’involuzione neo liberista  della nostra società. 
Perciò ho contestato la legge 107 che delineava la cosiddetta buona scuola.
Se poi parliamo del tempo scolastico, sono stata sempre contraria all’anticipo della scuola dell’obbligo a 5 anni, alla settimana corta, alle ore curricolari sprecate per l’alternanza scuola lavoro

E… veniamo all’oggi, al tempo scolastico breve che si ripropone, di fatto, alle superiori,  alla sperimentazione cioè dei licei brevi prevedendo stessi
obiettivi in quattro anni invece che cinque, con esami di Stato identici ai percorsi quinquennali. Le scuole potranno partecipare a seguito di una apposita progettazione da presentare al Ministero che dovrà comprendere, tra le altre cose: potenziamento lingua con percorso CLIL, attività laboratoriali e tecnologie digitali, rafforzamento alternanza scuola-lavoro e progetti su mobilità internazionale.

Mi chiedo
Come?  Con un taglio secco di un anno di scuola superiore basato su un concorso di idee delle singole scuole, mantenendo inalterato il folle monte ore dell’ “alternanza scuola lavoro”?  
E come reggere alla stessa mole di studio accorciando di un anno la scuola? Sviluppando metodi didattici “alternativi”, focalizzati sull’acquisizione di competenze e non sullo sviluppo di conoscenze approfondite?  

Chi si vuole prendere in giro?
Diciamolo con franchezza. La riduzione a quattro anni delle scuole superiori si colloca in un processo più ampio di dequalificazione del sistema educativo italiano, teso a modellare l’istruzione sulle esigenze del mercato.
 “Un potenziale risparmio di quasi 1,3 miliardi di euro e un taglio docenti che, a pieno regime, potrebbe arrivare a 40 mila cattedre: l’effetto della riduzione degli anni di scuola superiore e del loro passaggio da cinque a quattro era già stato calcolato quando, nel 2013, l’ipotesi della soppressione di un anno era allo studio del ministro dell’Istruzione del governo Monti, Francesco Profumo. E oggi, dopo l’approvazione del decreto ministeriale, non è cambiata scrive Virginia Della Sala 


E gli studenti? 

 Ancora una volta gli studenti sono stati praticamente ignorati da questo decreto che completa la pessima RIFORMA della SCUOLA, la legge 107 /2015 voluta dal Governo, che “… È calata dall'alto sugli studenti che non vengono interpellati perché considerati dei consumatori di sapere, degli utenti di prestazioni, dei clienti degli istituti. Devono consumare programmi, devono consumare progetti, acquistare certificazioni, e viene dunque eliminato quell'aspetto fondamentale, in un processo formativo, che è la creatività degli studenti. Hanno uno spirito collaborativo e critico che va alimentato e sostenuto, e non eliminato o tarpato sin dall'inizio” (Matteo Saudino).

Dov’è la scuola inclusiva e garante del diritto allo studio, quella scuola pubblica statale grazie alla quale io, capace e meritevole, ho potuto, pur essendo figlia di proletari, studiare, avere borse di studio, laurearmi, diventare dirigente scolastica?
 La scuola pubblica che io sostengo, difendo e che si sta smantellando, permette ad ogni studente di fruire di opportunità educative specificamente strutturate per incontrare i propri basilari bisogni di educazione.

 Non va certo in questa direzione la sperimentazione dei licei brevi
La riduzione di un anno della scuola avvantaggerebbe, di fatto, gli studenti che provengono da famiglie abbienti con genitori laureati che sono in grado di garantire ai figli esperienze, cultura e conoscenze.
Concordo con la Associazione pedagogisti educatori italiani, che si è opposta alla sperimentazione:
 “La scuola deve garantire il diritto all’istruzione per tutti: non deve favorire alcuni soggetti rispetto ad altri, ma fornire pari opportunità per tutti.
E questo significa rispettare i tempi di tutti.
 Non siamo all’interno di una logica aziendale, ma in un processo di crescita.
“…In pedagogia, i tempi sono importanti: l’apprendimento non è la ripetizione mnemonica di concetti, ma il ‘saper fare’, l’avere competenze anche di carattere sociale…”.

Concordo con  la USB scuola che rincara:                                                              
Come è possibile riformare un ordine scolastico superiore senza rivedere il percorso precedente, in modo tale da introdurre quegli approcci socio-pedagogici e didattici che attuando la personalizzazione del processo di insegnamento-apprendimento, consentano l’accesso all’istruzione superiore quadriennale anche ai Gianni di Don Milani , in un ambito che attualmente vede, nel corso dei 5 anni, un aumento della dispersione e una strage fatta di bocciature?
 In effetti all’età di 13-14 anni, cioè al momento del passaggio alle scuole secondarie di secondo grado i “giochi” sono già fatti per i “Gianni” e per i “Pierini”.

Finiamola, denuncia Matteo Saudini, con l’avere in mente due parametri 
“ …Uno economico e uno ideologico, entrambi di rigida matrice liberista.
Il primo, figlio dell'Europa di Maastricht, consiste nella costante riduzione della spesa pubblica e il secondo nella modernizzazione, in senso competitivo, aziendale e tecnologico, dei processi formativi. Per realizzare tale progetto era indispensabile superare la scuola italiana del Novecento, la quale, con tutti i suoi limiti, poggiava su un'architettura costituzionale egualitaria e solidaristica finalizzata all'emancipazione della persona.
…La riduzione a 4 anni del liceo, infatti, porta con sé un innegabile risparmio per lo stato, ma soprattutto permette al governo di modellare il percorso formativo degli studenti ancora di più sul mercato del lavoro e sulle esigenze delle imprese.”  

E allora, per favore, non devastate quel che resta della scuola italiana pubblica, quella per intenderci,  della Costituzione  

Donata Albiero 

sabato 29 luglio 2017

ESTATE A SCUOLA?


   Scuole aperte anche d'estate  


Un vecchio dibattito si ripropone ogni anno con la fine dell’anno scolastico, stavolta ancor più aspro dopo che è stato annunciato alla Stampa dalla ministra all’istruzione Fedeli a giugno 2017 il nuovo piano “Scuole aperte anche d'estate” sul quale i tecnici stanno lavorando, che punta a rivoluzionare l'intero sistema scolastico.

Prendo lo spunto, da quanto scrive la giornalista E. Ambrosi (18 giugno 2017)
 “Il tema non è dei più appassionanti, almeno per chi non ha figli e vede ogni anno, verso maggio e giugno, giornali e tv attraversati dalla solita, sterile, polemica  sull’opportunità di lasciare aperte o meno le scuole d’estate. Per chi i figli ce li ha, tuttavia, l’argomento è di sicuro tra i più sentiti, visto che nel nostro Paese quanto a calendario scolastico siamo fermi, credo, a una cinquantina di anni fa: le scuole chiudono intorno al dieci giugno e riaprono a settembre inoltrato, scaricando sulle spalle delle famiglie ben tre mesi di vacanze che vanno organizzate con le forze a disposizione, che sono spesso – specie per le famiglie non benestanti o con nonni e parenti lontani o non più vivi – molto poche e da centellinare con cura (visto che, tra l’altro, si continua a lavorare fino al dieci agosto per avere una ventina di giorni di ferie o poco più).”

   Premetto che difendo la scuola pubblica, l’ho sempre difesa. Sono ben consapevole dello stato di degrado che essa presenta, spesso priva di spazi e strutture alternative ai soli posti aula; sono altrettanto ben consapevole del ruolo istituzionale che essa ricopre, di formazione educazione istruzione degli allievi, non certo di servizio assistenziale e sociale.
  
   Sostengo le lotte democratiche e pacifiche dei collettivi studenteschi, le ho sempre sostenute, contro l'indifferenza con cui i vari Governi, ma soprattutto l’ultimo, stanno facendo sgretolare le scuole pubbliche, nel silenzio, nella ignoranza dei problemi, nella superficialità distratta dei provvedimenti di emergenza ...
   
    Lotto per la scuola pubblica della Costituzione, ho sempre lottato,  ritenendo che essa debba  restare uno spazio comune, libero, autonomo dove far crescere bimbi che dovranno essere persone consapevoli, dotate di strumenti tali da consentire  loro di saper e poter scegliere, di avere uno sguardo critico e autonomo.
   
     Considero la legge 107, l’ho considerato fin dalla sua approvazione (ho raccolto le firme in piazza per la sua abrogazione), una beffa al Paese  perché  riduce la scuola a essere  classista, verticale,  autoritaria, aziendalista .

  Conosco, dunque, bene a cosa è stata ridotta la scuola, devastata dall'incuria, dalle clientele e dalle ideologie. Non sono una sprovveduta e sono scettica di fronte agli annunci del ministro di turno per la scuola aperta d’estate; ogni volta, mi chiedo se sia solo 'opportunismo politico’ che, se applicato, senza un vero Progetto dello Stato, sfigurerebbe la scuola italiana, trasformandola in parcheggio  estivo in funzione di supplenza e di babisitteraggio pubblico.     
   
 C’è il reale pericolo che i bambini siano trasformati in mini reclusi, condannati a consumare l'infanzia senza aver mai corso in un prato, giocato con le farfalle, odorato i fiori, guardato le stelle

Però, chiarite le premesse e l’alta considerazione che ho per la scuola pubblica e i professionisti che vi operano, io non sono contraria  alla scuola APERTA tutto l’anno, anche d’estate.

La ragione è semplice.
La scuola, io non la vedo, né l’ho mai vista quando ho operato in essa, come un insieme di uffici, di personale; è arte, politica, cultura, è compagnia, è lavoro, è gioia, è futuro.               
La scuola dovrebbe essere la meta dell’agenda di ogni Governo, di ogni Regione, di ogni Comune. 

E qui sta il punto
La scuola deve condividere i suoi spazi e diventare veramente bene comune tenendo aperte le aule anche oltre il calendario e l’orario  scolastico  

   Nel caso specifico dei ragazzi, vedo la  scuola  un luogo laico  dove le famiglie che ne hanno necessità trovino i servizi estivi ideati dai comuni (meglio se in accordo con le esigenze formative delle scuole), con personale specializzato esterno, rivolti alle diverse fasce d'età, dove si promuovano esperienze educative e di socializzazione all'interno di contesti stimolanti, creativi e rilassanti; servizi di supporto alle famiglie, che rispondono a precisi requisiti e standard qualitativi, per chi resta in città (per favore non demonizziamo le esigenze sacrosante delle famiglie) .     
   Naturalmente, tutti i progetti educativi dovranno mirare a soddisfare il bisogno primario dei minori di divertirsi, muoversi, conoscere nuovi amici, inventare, costruire, partecipare attivamente e da protagonisti alle diverse attività proposte,  con un'attenzione particolare rivolta al rispetto reciproco e alla natura.

Basterà essere chiari sul tipo di servizio (centro estivo)  e su come verrà svolto. 
 Le opportunità per bambine e bambini si potranno basare su un sistema integrato di iniziative estive, alcune curate direttamente dall'Istituzione nelle proprie sedi e con proprio personale (senza essere però obbligata a farlo), altre o in toto organizzate dal Comune con personale ad hoc, rispetto ai quali l'Istituzione eserciti un ruolo di governo dell’offerta complessiva, favorendo le condizioni di accessibilità e di pari opportunità dell'utenza.

Il vero problema è però  il centro estivo generalizzato, modulato e flessibile, con delle linee guida chiare che stabiliscano le regole su chi e come occuparsi degli studenti, della cui istituzione e dei corrispondenti oneri dovrebbero  farsi carico lo Stato e gli Enti Locali.                                             Ma alla  fin fine, basterebbe che lo Stato finanziasse i comuni con un apposito capitolo, lasciando ad ogni comunità decidere di quali centri estivi abbia bisogno, in che fasce orarie e in che ambienti svolgerli… anche in  una scuola, quando necessario

Che ve ne pare?

Donata Albiero



sabato 15 luglio 2017

LA PERDITA DI LEGAMI PUO’ CONDURRE ALLA VIOLENZA


Signore signori, vi presento la Generazione Hashtag, il mondo degli adolescenti che comunicano con un #, che vivono sui social e che parlano attraverso le chat di messaggistica istantanea.

E’ la generazione che usa il telefono anche in maniera distorta: cyberbullismo, selfie pericolosi, social mode, grooming, sexting, sextortion, revenge porn…una piaga sociale che dilaga anche tra i più piccoli, una gogna mediatica da cui tante volte è veramente difficile uscirne.


  “Comportamenti tecno-mediati che stanno diventando una piaga sociale          
come il cyberbullismo, messo in atto da circa 2 adolescenti per classe, il sexting da quasi 1 ragazzo su 10, la vendetta pornografica che ha portato anche in alcuni casi al suicidio e le social mode che favoriscono l’abuso di alcol e i disturbi alimentari, a cui partecipano oltre il 20% dei ragazzi. Selfie a rischio per 2 adolescenti su 10 che spesso perdono la vita pur di non staccare gli occhi dal cellulare, come testimoniano gli innumerevoli casi di cronaca e nuove patologie come la nomofobia (paura di rimanere senza cellulare) o la FOMO (paura di essere tagliati fuori)”.

Una legge, quale quella   approvata a maggio 2017,  la legge contro il  cyberbullismo, servirà per davvero a fermare tale fenomeno dilagante?  

Ai posteri l’ardua sentenza.
Io insisto su alcune considerazioni che ho sviluppato in precedenti post da cui ritengo che si debba partire per affrontare prevenendo il problema del bullismo e del cyberbullismo:

 



Non parliamo (ascoltiamo) più i giovani, neppure i nostri figli. Perché anche noi ormai parliamo la sola lingua comprensibile alla mente della nostra società: il denaro, i consumi, la crescita economica.
E diventiamo sempre più egoisti, chiusi, violenti

E trascuriamo il linguaggio dei sentimenti e delle emozioni e della resilienza.



Ci illudiamo che basti educarli alla competizione per la vita e per il successo, incutendo così maggior paura, ansia e meno autostima.

Bisogna invece comunicare se …vogliamo salvare i nostri ragazzi.

Comunicare nel circuito virtuoso tra scuola, società, famiglia.
 Educando al senso del limite, anche alla fatica del vivere.

Ascoltare, poi, il proprio cuore, assecondando le proprie capacità e attitudini. Insomma, vivere non in funzione di… ma ascoltando le risorse dell’animo, costruendo un futuro di senso.

Donata Albiero

Vedi anche

venerdì 2 giugno 2017

LA FESTA DELLA REPUBBLICA CHE RIPUDIA LA GUERRA

 2 giugno 2017 Sfila la società civile

https://youtu.be/-Ag2b-Xb9no    inno nazionale 
    


Provate a chiedere ai ragazzi di scuola media perché oggi fanno vacanza (io l’ho fatto nei giorni scorsi): la maggior parte di loro non ha una risposta

Oggi, passeggiando per le strade di Arzignano non vedo bandiere dell’Italia (quante invece in occasione delle partite di calcio), non vedo un manifesto della amministrazione comunale che mi ricorda la ricorrenza nazionale; c’è poca gente che cammina, forse è al mare, al lago, in montagna, approfittando del ponte a fine settimana.                                                                      
 Per la maggior parte degli italiani siamo di fronte al “chissenefrega” di quanto è accaduto nel 1946 e del significato della festa della Repubblica, il 2 giugno di ogni anno.

Ricordava Alez Cordazzoli, due anni fa (Il fatto quotidiano) denunciando il fenomeno sopra descritto, quale fosse il compito degli educatori:  Tocca a noi maestri il compito di non smarrire la storia, di rispolverare la Costituzione, di farla vivere, di raccontare ai nostri ragazzi perché e cosa si festeggia...Nel libro di storia di quinta elementare non c’è una riga del 2 giugno. Non c’è nemmeno nel libro di geografia ma questa narrazione è nel libro del maestro, fa parte di ogni insegnante che ha il dovere di non vivere fuori dalla storia ma dentro le vicende della storia. Dobbiamo ripartire dai bambini. Tra qualche giorno quando finiranno le lezioni saluterò la mia classe quinta regalando loro la Costituzione che abbiamo vissuto in classe tutto l’anno: lo farò ricordando ancora una volta le prime parole dell’articolo uno, sperando che ognuno dei miei alunni un giorno possa essere un medico, un ingegnere, un operaio, un docente, un postino che il 2 giugno, senta la responsabilità di quell’ “L’Italia è una Repubblica”

E oggi, anno 2017?  
Quanti  ragazzi conoscono il significato dell'emblema della Repubblica? 
Quanti docenti lo hanno spiegato? 
Amare la propria Patria significa prima di tutto conoscerla. 

L'emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l'emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario. 

 Se io fossi ancora a scuola spingerei i docenti a ricordare il senso della Repubblica Italiana fondata sulla costituzione e farei porre l’accento non solo sulla sfilata istituzionale di tutte le forze armate, le Forze di Polizia ed il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa Italiana, ma anche e soprattutto sulla manifestazione organizzata da Un ponte per…” insieme al Movimento Nonviolento per promuovere diritti e dignità nel nostro Paese e oltre i confini e intitolata  “ Difendiamo l’umanità, non i confini”.  

E’ quella animata dalla società civile per rendere omaggio a chi salva vite umane in mare e a chi costruisce ogni giorno ponti di pace tra i popoli. 
«C’è un’Italia aperta al mondo, che lavora per promuovere diritti e dignità nel nostro Paese e oltre i confini. E’ quella delle associazioni e delle Organizzazioni Non Governative che si dedicano ai salvataggi in mare e all’accoglienza di chi arriva qui per fuggire alla guerra, alla miseria, o ai cambiamenti climatici», dice  Martina Pignatti Morano, presidente di “Un ponte per…”

Per i pacifisti, quindi,  un modo per difendere la Patria ed il popolo senza armi è possibile. Ed è civile e nonviolento, e pone al centro dell’attenzione le persone, l’ambiente, la vita.
«Questa è l’Italia che vogliamo onorare in occasione della Festa delle Repubblica, in una parata in cui invitiamo a sfilare difensori dei diritti umani, associazioni, ONG e volontari in servizio civile che si dedicano a salvataggio e accoglienza dei migranti e rifugiati»,  spiega  Mao Valpiana coordinatore della Campagna “Un’altra difesa è possibile “, che chiede il riconoscimento istituzionale della difesa civile non armata e nonviolenta (proposta di Legge depositata alla Camera).

Che c’entra la scuola in tutto ciò?

La scuola della Costituzione, pubblica, laica, democratica, solidale, nel suo compito educativo verso le nuove generazioni, non può rimanere insensibile agli appelli di pace, solidarietà, umanità provenienti dalla società civile, si deve mobilitare, contro il chissenefrega”   


Donata Albiero 



martedì 23 maggio 2017

CYBERBULLISMO E RESPONSABILITA'


Attaccare i social network è troppo facile 


 Basta con il cyberbullismo    
                                                       https://youtu.be/w_UMPZOKFw4


Dopo una lunga gestazionela legge nazionale sul cyberbullismo è stata approvata alla Camera all’unanimità il 17 maggio 2017. Il percorso era iniziato nel 2013 con la prima vittima accertata di cyberbullismo: nella notte tra il 4 e il 5 gennaio Carolina, 14 anni, si era lanciata  dal balcone di casa. Nella sua lettera d’addio, che negli anni è diventata il simbolo della lotta all’indifferenza contro il bullismo, Carolina aveva scritto che «le parole fanno più male delle botte».

Con la legge per la prima volta viene data una precisa definizione del fenomeno: ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori; nonché la diffusione di contenuti online (anche relativi a un familiare) al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo.

La legge è positiva nelle intenzioni: a favore dei ragazzi, della formazione continua necessaria rivolta a loro e a tutti gli educatori che li accompagnano, nella direzione educativa e non punitiva.
Anche il bullo è una vittima e deve essere aiutato a riflettere sulle conseguenze delle sue azioni.  
Serve naturalmente una scuola preparata, informata per un uso corretto dei social network (fa da tramite il referente scolastico per il bullismo).

Ora la legge c’è e va attuata.

Ma …tra il dire  e il  fare …

Già, perché, in estrema sintesi, occorre da un lato che il mondo adulto ritorni a esercitare la propria responsabilità educativa e, dall’altro, che i giovani crescano rieducati all’empatia e conoscendo bene i rischi della Rete.

Mi chiedo perplessa: basta una legge punitiva sui socialnetwork per vincere il fenomeno odioso che sta investendo sempre più i minori?
Di chi sono le responsabilità effettive?

Trovo, quasi a conferma dei miei dubbi, una nota provocatoria in un blog intitolato “Generazione   
" Volete ancora fare una legge contro il cyberbullismo perchè i socialnetwork sono i colpevoli?
"...Il sessismo, l’odio razziale, la discriminazione ponderale, l’omo- lesbo- transfobia sono queste le cause, sono questi i nemici da combattere, non sono nati dai socialnetwork, erano già tra noi prima di facebook, sono le armi che quotidianamente forniamo ai ragazzi e alle ragazze. Le armi con cui si fanno del male gliele abbiamo date noi, gliele serve su un piatto d’argento questa cultura, se non puntiamo il dito verso i veri responsabili è inutile, e pure molto ipocrita, piangere dopo.”

(http://donataalbiero.blogspot.it/2017/03/violenza-e-bullismo-figli-di-una.html


Rimane, sancita dalla legge ma lo è indipendentemente da essa , quella che considero  la sfida più grande al  fenomeno del cyber-bullismo tra i più giovani, cioè la prevenzione e  un’alleanza educativa al rispetto dell’altro che parte dalla famiglia, passa dalla scuola, fino a toccare anche tutti gli altri ambienti sociali che i nostri ragazzi si trovano a frequentare. Perché seppur mediato da uno schermo (con tutte le conseguenze e le amplificazioni che questo può portare), dietro a queste situazioni si celano persone, che feriscono e che vengono ferite.

Parola d’ordine diventa educazione digitale.



Ai nostri figli, dovrebbe essere insegnato quali e quanti possano essere i pericoli della nuova società digitale. 
Ognuno di noi deve acquisire la consapevolezza che, per pubblicare un video, postare un contenuto o scrivere un giudizio, è necessaria la stessa prudenza e lo stesso senso di responsabilità che ci guidano nella vita reale, poiché la vita dei social non è una realtà virtuale.
Nello stesso tempo, si rende sempre più necessaria anche una rieducazione morale e dei sentimenti, poiché la violenza che viene a volte trasmessa attraverso i social è nient’altro che  la violenza  caratterizzante  sempre di più le nuove generazioni, che usano la Rete per potenziare, amplificare e diffondere il loro messaggio.

Uno strumento a scuola e in famiglia?

Mi piace il Manifesto della comunicazione non ostile nelle scuole, un documento   promosso da Parole O Stili la comunità composta da oltre 300 professionisti della parola e dell’istruzione, tra giornalisti, manager, politici, docenti e comunicatori.




Il progetto è nato per contrastare l’ostilità dei linguaggi nei media, in particolare in Rete.
Ambisce ad essere “un’occasione per confrontarsi sullo stile con cui stare in rete, e magari diffondere il virus positivo dello ‘scelgo le parole con cura’.”
Si vuole in definitiva ridare fiducia alle parole, sul principio secondo cui le relazioni sono basate sul rispetto, anche tra le persone con cui condividiamo il luogo virtuale.

 Il percorso indubbiamente complesso va nella direzione della promozione del rispetto della dignità dell’altro come valore irrinunciabile per l’essere umano.

E’ compito dei genitori e della scuola, palestra fondamentale di apprendimento delle regole della convivenza, rispetto reciproco, armonia e lealtà, bloccare certi comportamenti e dirigerli verso modi di essere socialmente adeguati, senza nascondersi dietro ad atteggiamenti tolleranti o permissivi e soprattutto, quando possibile, operando insieme nel rispetto dei ruoli e delle competenze 


Donata Albiero